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CAPITOLO Verso una maggiore soggettività e individualità


Tornando a discutere intorno al tema dell’alimentazione, ovviamente, come affermato in precedenza, strettamente correlato alle malattie più o meno gravi in cui possiamo incorrere, e continuando questo elaborato concentrando l’attenzione sulla differenza oggettiva fra ogni persona e il perché, si ha un quadro generale cha può sempre di più portarci a prendere in considerazione una maggiore soggettività e individualità, intesa come discorso di insieme di tutto ciò che caratterizza una persona e ognuno di noi nello specifico.

Il nostro sangue oltre ad essere identificato con il sistema AB0, viene identificato anche sulla base di altri fattori, come quello che indica la positività o la negatività al fattore Rhesus, comunemente chiamato Rh, nome proveniente dalla scoperta di questo antigene sui globuli rossi del macaco Rhesus. Questo antigene è come se fosse un sottogruppo del sistema AB0.

Si immagini di avere sei persone con tre gruppi sanguigni diversi, quindi due A, due B e due 0, ogni persona ha i suoi globuli rossi differenti l’uno dall’altro perché presentano rispettivamente l’antigene A, B o nessun antigene (nel caso del tipo 0), su questi 6 diversi globuli rossi, indipendentemente dal sistema AB0, e indistintamente sulle sei persone, si può evidenziare un altro tipo di antigene, quindi un’altra “antenna” che ha il potenziale per legarsi ad un’altra sostanza, ad esempio un’altra differente lectina di un alimento; alcuni gruppi sanguigni possiedono questo antigene, l’antigene D, altre non lo presentano; chi lo possiede verrà definito positivo all’antigene D, chi non lo possiede, negativo. Quindi le 6 persone iniziali, sarebbero potenzialmente una A positivo, una A negativo, una B positivo, un’altra B negativo, AB positivo, AB negativo e zero positivo e negativo. Come detto sopra, i gruppi sanguigni producono anticorpi nei confronti di un diverso gruppo sanguigno, ad esempio il gruppo A avrà anticorpi anti-B, quindi tenderà a distruggere i globuli rossi con l’antigene B; la stessa cosa avviene con l’antigene D, ossia le persone prive di questo antigene, quindi A, B o 0 negativo, non riconoscendo questo antigene D come proprio, produrranno anticorpi anti-D, questo antigene è simile ad un altro antigene sugli alimenti; come il latte nel precedente esempio, avente un antigene simile all’antigene B, se una persona di tipo A assume questa sostanza produce anticorpi contro questo alimento; nel caso dell’antigene D, la reazione sarà la stessa; prendiamo in esame ad esempio il vino rosso, bianco e la birra, piuttosto che il rosmarino, la patata o il dado vegetale o di carne e molti altri tra tutti gli alimenti esistenti; tutti questi comuni alimenti qui citati, ad esempio, hanno una lectina simile all’antigene D, quindi le persone con gruppo sanguigno A, B o 0 positivo all’antigene D, che hanno questo altro tipo di “antenna” sui globuli rossi, non avranno problemi di digestione e agglutinazione ingerendo i suddetti cibi; mentre le persone A, B o 0 negativo, che non possiedono questo antigene, produrranno anticorpi anti-D, e quindi avranno difficoltà a digerire questi alimenti, mettendo in moto il sistema immunitario e andando incontro all’agglutinazione.

Il dottor Peter D’Adamo, afferma nel suo libro che questo fattore potrebbe essere un importante punto di riferimento per personalizzare il suo programma dietetico, ma ciò che è fondamentale è sapere se si è A, B o 0.

La ricerca effettuata per questa tesi tende però a voler evidenziare che il fattore Rh positivo, o la sua assenza, modifica sostanzialmente la sensibilità ad un dato alimento, così come vuole informare dell’esistenza di questa ulteriore soggettività, anche tra i cibi più comunemente utilizzati, poiché il processo logico e biologico nella reazione chimica-molecolare è la medesima.

Alimenti presi in esame dal dottor D’Adamo, come ad esempio il pollo, le albicocche, il cioccolato e le patate, che risultano essere per il gruppo sanguigno A, rispettivamente, il pollo e le albicocche benefiche, il cioccolato indifferente e le patate da evitare, prendendo in considerazione il fattore Rh lo scenario cambia in maniera sensibile, ossia, il pollo sarà da evitare per le persone ARh negativo, e tranquillamente digeribile per coloro che risultano essere ARh positivo, le albicocche indifferenti per le persone A negativo ma da evitare per coloro che sono A positivo, il cacao indifferente per chi è A negativo, ma da evitare in caso si fosse A positivo e infine le patate che sono facilmente digeribili da chi è ARh positivo e da evitare se si è ARh negativo. Questo esempio vale per ogni alimento, ogni tipo di gruppo sanguigno e per la presenza o meno dell’antigene D, o fattore di Rehsus.

Esistono altre due importanti tipizzazioni del sangue, secretori o non secretori e il sistema MN, ma non verranno presi in esame in questa sede, perché più utili in ambiti che non riguardano l’alimentazione.

Ciò che emerge da questa ricerca, con l’aiuto tecnico-scientifico della dottoressa Maria Romana Allegranza, nutrizionista specializzata presso l’università di Besançon in dietoterapia e nutrite rapia applicata alla farmacoterapia e omeopatia, e specializzata in fitoterapia presso la facoltà di Urbino, è quanto anche l’antigene D debba influenzare le nostre scelte a livello di nutrizione, per non andare incontro ad accumuli di lectine che non riusciamo a smaltire e che causerebbero problematicità non legate al caso, ma alla scienza.

Inoltre qualora ci si avvicinasse alla ricerca di se stessi anche da questo punto di vista, sarebbe bene fare un test delle intolleranze ed allergie alimentari, aiutando il vostro medico nutrizionista a capire da quali sostanze sarebbe bene disintossicarsi per un lasso di tempo variabile a seconda del grado di intolleranza e il grado di tossicità presente nel corpo, ripetendo le suddette analisi periodicamente. E verificando se si tratti di allergie o intolleranze; si potrebbe avere una leggera allergia, sottovalutando sintomi come eruzioni cutanee rossastre o pruriti, oppure un'intolleranza momentanea, che potrebbe scomparire dopo aver ripristinato i valori normali, oppure scoprire di avere un’allergia permanente, come può essere quella al glutine. Probabilmente chiunque ora facesse un esame delle intolleranze risulterebbe intollerante a qualcosa, questo non è da bandire, semplicemente mette in evidenza gli alimenti che in quel dato periodo della nostra vita potremmo aver assunto troppo frequentemente così da causare un’intolleranza, anche ad alimenti che secondo il sistema A, B, 0, e seguendo anche la tipizzazione del fattore Rh, potevano non risultare nocivi.

Questo è dovuto al fatto che non solo il nostro sangue di per sé presenta una soggettività biologica, con la presenza o meno di antigeni, ma lo stile di vita che abbiamo condotto fino a quel momento, l’alimentazione che abbiamo seguito, lo stress che abbiamo subito e tutte le variabili della sfera personale e soggettiva di una persona nelle sue particolari scelte di vita giornaliere possono aver indotto un’intolleranza ad un dato alimento.

Qual è la differenza tra un’allergia e un’intolleranza?

Un’allergia è un’intolleranza specifica e forte verso un dato alimento, che scatenerà una risposta immunitaria da parte del fisico con una produzione di anticorpi, Gli anticorpi determinano il rilascio di sostanze chimiche organiche, come l’istamina, che provocano vari sintomi: prurito, naso che cola, tosse o affanno. Le allergie agli alimenti o ai componenti alimentari sono spesso ereditarie e vengono in genere diagnosticate nei primi anni di vita. L’intolleranza alimentare coinvolge il metabolismo, quindi l’apparato digestivo, ma non il sistema immunitario, se non in maniera consequenziale, per lo sforzo esercitato dal sistema digestivo. Un tipico esempio è l’intolleranza al lattosio: le persone che ne sono affette hanno una carenza di lattasi, l’enzima digestivo che scompone lo zucchero del latte.

Qual è l’incidenza delle allergie alimentari?

La risposta proviene dall’ EUFIC, European Food Information Council, che afferma <<Le stime effettive sull’incidenza delle allergie alimentari sono decisamente inferiori alla percezione della gente. Anche se da una su tre persone circa crede di soffrirne, in realtà le allergie alimentari sono scarsamente diffuse. La reale incidenza è indicata soltanto da qualche studio, con conferma della reazione allergica attraverso un test clinico in doppio cieco (assunzione alternata dell’alimento e di un placebo, in forma non riconoscibile, senza che né il paziente né il medico conoscano la sequenza di somministrazione). Sulla base di tali studi è stato stimato che le allergie alimentari si manifestano nell’1-2% circa della popolazione adulta. L’incidenza è più elevata tra i bambini piccoli, con una stima tra il 3 e il 7%. Fortunatamente, l’80-90% di tali soggetti supera l’ipersensibilità al raggiungimento del terzo anno di età. Mentre le allergie infantili all’uovo e al latte vaccino possono scomparire, le allergie alle noci, ai legumi, al pesce e ai molluschi tendono a protrarsi per tutta la vita>>

Gli alimenti ai quali è legata la più probabilità di essere allergici sono le proteine del latte vaccino, i vari tipi di noci, uova, frutta, legumi, pesce e crostacei e alcuni tipi di semi; tramite la cottura di alcuni di questi alimenti spesso, ma non sempre, si riesce ad eliminare l’allergene, il problema per le persone allergiche sussiste negli alimenti che sia a casa che fuori casa possano contenere anche lievi tracce di quel dato allergene.

Sempre secondo L’EUFIC <<L’intolleranza può provocare sintomi simili all’allergia (tra cui nausea, diarrea e crampi allo stomaco), ma la reazione non coinvolge nello stesso modo il sistema immunitario. L’intolleranza alimentare si manifesta quando il corpo non riesce a digerire correttamente un alimento o un componente alimentare. Mentre i soggetti veramente allergici devono in genere eliminare del tutto il cibo incriminato, le persone che hanno un’intolleranza possono spesso sopportare piccole quantità dell’alimento o del componente in questione senza sviluppare sintomi. Fanno eccezione gli individui sensibili al glutine e al solfito>>

L’intolleranza al glutine, o celiachia, è una disfunzione intestinale che si manifesta quando il corpo non tollera più il glutine (proteina presente nel grano, nella segale, nell’orzo e nell’avena, anche se quest’ultima è oggetto di controversie e di ricerche per stabilirne l’effettivo ruolo). La celiachia è una disfunzione permanente e può essere diagnosticata a qualsiasi età. Se la persona che ne è affetta consuma un alimento contenente glutine, le pareti di rivestimento dell’intestino tenue si danneggiano e subiscono una riduzione della capacità di assorbire nutrienti essenziali quali grassi, proteine, carboidrati, minerali e vitamine. I sintomi di questa intolleranza includono diarrea, debolezza dovuta a perdita di peso, irritabilità e crampi addominali. Nei bambini, possono manifestarsi sintomi di malnutrizione come, ad esempio, una crescita insufficiente. Attualmente, l’unico aiuto per i pazienti celiaci è una dieta priva di glutine. I centri di dietologia e le organizzazioni di informazione sulla celiachia mettono a disposizione gli elenchi degli alimenti privi di glutine. Escludendo tale sostanza dalla dieta, l’intestino si ripara gradualmente e i sintomi scompaiono.

Se si vuole indagare sulle proprie ed eventuali intolleranze vi verranno proposte vari tipi di metodologie, vi sono i test cutanei, ossia si inietta la sostanza oggetto d’indagine sottocute e se ne valutano gli effetti, metodologia non affidabile al cento per cento; poi vi è il test in doppio cieco con controllo di placebo (DBPCF), in questo test allergologico, l’allergene sospetto (per es. latte, pesce, soia) viene inserito in una capsula o nascosto in un alimento somministrato al paziente sotto stretto controllo medico; poi vi è Test RAST (radioallergoassorbimento), in questo tipo di test si mescolano in una provetta piccoli campioni di sangue del paziente con estratti di alimenti. In una vera allergia, il sangue produce anticorpi per combattere la proteina estranea che può così essere rilevata. Il test può essere usato soltanto come indicatore di un’allergia ma non determina l’entità della sensibilità all’alimento nocivo. Quindi questo test anche se meno invasivo, é in grado di determinare però solo un'eventuale allergia, ma non un’intolleranza. Questi test permettono agli allergologi di individuare i più comuni alimenti e componenti alimentari che provocano effetti negativi. Questa metodologia é sicura, ma è certamente più invasiva rispetto ad un altro tipo di metodo che potrebbe essere provato prima di arrivare a questo test, o addirittura ad una gastroscopia nel caso dell’intolleranza al glutine, questo metodo è la dieta per esclusione, semplice e diretta, che prevede l’eliminazione di uno o più alimenti combinati, e in un lasso di tempo che varia dalle due settimane ad un mese, periodo nel quale i sintomi dovrebbero scomparire, evitando di conseguenza gli alimenti poco tollerati e prendendone in considerazione un eventuale e futuro reinserimento, Questo tipo di metodo di indagine ad esclusione dei cibi però, da solo, potrebbe essere comunque poco preciso, e servirebbe più tempo per indagare su eventuali, molteplici e combinate intolleranze (alquanto comune), questo metodo potrebbe essere affiancato o consequenziale ad un test eseguito con una macchinario ad alta precisione e per nulla invasivo che si chiama GSR MEASURING INSTRUMENT, utilizzato molto nella medicina naturopatica, olistica e da omeopati, e non ci si spiega perché non venga utilizzata spesso dagli allergologi. Questo test rileva la resistenza galvanica cutanea, chiamata anche GSR (dall'inglese Galvanic Skin Resistance), che è un indice di attività delle ghiandole sudorifere e della larghezza dei pori, entrambi controllati dal sistema nervoso simpatico, che permette di apprezzare il valore della resistenza cutanea e di ogni sua variazione in corrispondenza di eventi provocati o spontanei.

Dopo essersi accertati del tipo d’ intolleranza o allergia presente o meno nel nostro sangue, o semplicemente seguire il tipo di alimentazione per noi più salutare, il miglior sistema di difesa consiste nel leggere attentamente le informazioni relative agli ingredienti riportate sulle etichette dei prodotti e nell’individuare ed evitare gli alimenti che scatenano allergie, intolleranze o asma. Il supporto di una figura professionale, che riteniamo adatta alle nostre esigenze, permette di non escludere alcun nutriente dalla dieta quando si inseriscono variazioni e alimenti sostitutivi. Quando si mangia fuori casa occorre informarsi sugli ingredienti e sui metodi di cottura dei cibi per evitare i problemi alimentari conosciuti, e spiegare la situazione e le particolari esigenze al proprio ospite o al ristoratore. Se necessario, si può chiedere di parlare al cuoco o al direttore del bar o del ristorante.

In caso di dubbio, meglio andare sul sicuro ed attenersi ad alimenti semplici, per esempio carni alla griglia, oppure portare cibi preparati in casa. È opportuno prevedere sempre un piano di pronto intervento e, in caso di reazione allergica alimentare grave propria o altrui, chiamare immediatamente un medico o un’ambulanza.

Quello delle allergie è attualmente riconosciuto come un problema importante in materia di sicurezza dei cibi e l’industria alimentare deve impegnarsi con la massima cura per aiutare coloro che soffrono di allergie a scegliere con fiducia una dieta adeguata. I produttori devono adottare la massima scrupolosità nella valutazione dell’uso, come ingredienti, dei più comuni allergeni che potrebbero dare gravi reazioni, avvisando della reale o potenziale presenza di tali allergeni nei prodotti e prevenendo la contaminazione crociata involontaria con allergeni presenti in altri prodotti industriali. L’Unione Europea sta valutando il modo più corretto per indicare gli allergeni in etichetta e, nel contempo, vari organismi a livello nazionale hanno messo a punto linee guida che incoraggiano la diffusione delle Pratiche di Buona Fabbricazione (GMP E HACCP) e di informazioni al consumatore.

Sempre secondo l’EUFIC <<Anche se, in base alla legislazione europea, non esistono disposizioni alimentari specifiche che prevedono la necessità di indicare in etichetta i potenziali allergeni, la norma generale impone che tutti gli ingredienti aggiunti all’alimento debbano essere indicati nella lista degli ingredienti riportata sul prodotto. Al momento, vi sono alcune eccezioni a questa regola generale:

gli ingredienti che rientrano nella “regola del 25%”. È il caso degli ingredienti composti (un ingrediente noto con un nome comune ma composto da vari ingredienti), che costituiscono meno del 25% del prodotto finale; gli ingredienti “trasferiti”, quali alcuni additivi che non hanno alcuna funzione tecnologica nel prodotto finito, ma sono veicolati nell’alimento attraverso uno dei suoi ingredienti, come ad esempio alcuni formaggi o la maggior parte delle bevande alcoliche.

Di loro iniziativa, alcuni produttori e commercianti dichiarano già nella lista degli ingredienti gli allergeni più rischiosi anche se presenti in piccolissime quantità. Sono inoltre riportate diciture del tipo “può contenere” su prodotti in cui possono essere accidentalmente presenti tracce di un potenziale allergene. Tuttavia, in risposta alle ripetute richieste dei consumatori di una migliore informazione sugli alimenti che acquistano, la Commissione ha emesso una proposta di emendamento della Direttiva 2000/13/EC sull’etichettatura dei cibi. La proposta abolirà la "regola del 25%", il che significa che tutti gli ingredienti aggiunti intenzionalmente dovranno essere indicati in etichetta. La proposta imporrà anche l’obbligo di etichettare gli ingredienti riconosciuti dalla letteratura scientifica come responsabili di allergie. L’emendamento si prefigge l’obiettivo di garantire una miglior informazione sulla composizione degli alimenti al fine di permettere ai consumatori che soffrono di allergie di individuare gli ingredienti nocivi che potrebbero essere presenti nel prodotto. Alcuni produttori e commercianti mettono a disposizione dei consumatori elenchi di prodotti privi di allergeni specifici mediante volantini, comunicazione via Internet e servizi di informazione e assistenza.>>

Quindi secondo quanto affermato, bisognerebbe sempre guardare la lista degli ingredienti quando si va a fare la spesa, questo vale sia per persone senza problematiche particolari che per persone allergiche o con intolleranze, così da sapere cosa si ingerisce.

Esistono intolleranze anche a determinati farmaci come ad esempio gli antibiotici, ma questo tipo di indagine andando dal medico per debellare un batterio con questo metodo, non si effettua; viene al massimo effettuato un antibiogramma per verificare a quale antibiotico si è sensibili o meno, ossia quale potrebbe svolgere la sua funzione e quale no, quale sarebbe in grado di distruggere il batterio; ma non viene fatto assolutamente un test di tolleranza a quel dato medicinale. Perché?

I medici ai quali è stata posta questa domanda non hanno saputo rispondere con argomentazioni valide, se non giustificando il fatto che sarebbe impossibile tracciare un’intolleranza per ogni persona che deve prendere un antibiotico, e che l’unico sistema valido per reperire questo dato sarebbe l’utilizzo del test sottocutaneo in ogni studio medico, quindi impossibile da farsi; ma come abbiamo visto non è così, ed avere un macchinario in ogni studio medico come il GSR MEASURING INSTRUMENT, sarebbe possibile, valido, non invasivo e quanto meno indicativo per tutti. Ma seguendo la logica comune, quindi stabilendo che il GSR non è scientificamente provato, si preferisce non fare nulla piuttosto che qualcosa, quindi non dare nemmeno un’analisi approssimativa alle persone se un farmaco, più di quanto non lo sia già di sé, possa intossicare una persona.

Non vi sono farmaci uguali per tutti e diete uguali per tutti e che tutti possono fare, come si può vedere dalle diete iperproteiche, o le più disparate utilizzate da molti per perdere peso. Oggi come oggi ci sono “mode” anche in questo, ma la salute non può essere una moda.

Seguire una dieta, come ad esempio quella tanto in voga, come la Dukan, può essere dannoso per la salute in maniera considerevole; è una dieta iperproteica nella quale si consigliano cento alimenti che una persona può mangiare senza calcolarne la quantità, tra questi carne, crostacei, pesce e latticini, una follia..., stando a quanto affermato in precedenza.

Se una persona di tipo A, quindi che deve avere un’alimentazione prevalentemente vegetariana, con l’assunzione di cereali, seguisse questa dieta, non solo potrebbe ingrassare invece di dimagrire, ma avrebbe dei problemi d’intossicazione catastrofici! In questa ricerca non si nomineranno persone note che dopo aver perso peso seguendo questa dieta hanno avuto seri problemi, come infiammazioni, della prostata e altre ancora. La quantità di proteine ingerite ha causato delle reazioni a catena nel corpo, che hanno fatto sì che insorgessero patologie. Questo tipo di dieta si affida al caso, ossia è una casualità che qualcuno reagisca bene ed altri abbiano problemi (magari non manifestati al momento), questo come altre diete che perseguono il solo fine di dimagrire e non il benessere generale della persona. Come si è visto, le proteine sono diverse l’una dall’altra, le lectine sono diverse l’una dall’altra, e ognuna ha effetti specifici su ogni persona. Seguendo una dieta/alimentazione ad hoc, necessariamente si perderanno i chili di troppo perché il corpo saprà cosa fare con quel tipo di alimenti ed eliminerà più facilmente tracce di alimenti non idonei.

Anche l’ormai divenuto dogma “la carne fa male a tutti” ha generato moltissima confusione in merito, e vale lo stesso discorso fatto per la dieta Dukan e in generale sul nostro gruppo sanguigno e le intolleranze particolari; ognuno di noi é in grado o meno di digerire la carne con più o meno facilità, il problema che dovrebbe essere preso in considerazione, su un’eventuale scelta alimentare a priori, è la questione legata agli allevamenti in batteria e intensivi. L'allevamento intensivo o industriale è una forma di allevamento che utilizza tecniche industriali e scientifiche per ottenere la massima quantità di prodotto al minimo costo e utilizzando il minimo spazio, tipicamente con l'uso di appositi macchinari e farmaci veterinari. La pratica dell'allevamento intensivo è estremamente diffusa in tutti i paesi sviluppati; la gran parte della carne, dei prodotti caseari e delle uova che si acquistano nei supermercati viene prodotta in questo modo.

In questo sistema non si tiene più conto dello spazio e del ciclo vitale dell’animale, e anche dell’uomo stesso; ancora una volta l’interesse è diretto ad una produzione quantitativa e ad altri scopi, non sicuramente quelli legati al rispetto della natura in generale, comprensiva degli esseri viventi che ne fanno parte, e dell’uomo, che comprando questo tipo di articoli al supermercato, e mangiando quell’uovo, quel formaggio e quella carne, non solo saranno quasi privi di sostanze nutritive poiché un animale infelice e sfruttato fino ad esaurire ogni energia non sarà sano e non avrà le sostanze nutritive che caratterizzano i suoi derivati (uova e latte), ma anche la sua carne sarà priva di qualsiasi cosa possa far bene all’essere umano, aggiungendo il fatto che verranno introdotti nel nostro corpo sostanze come farmaci veterinari, quindi specialmente ormoni che aumentano la produttività dell’animale.

E tra l’altro con questo tipo di allevamento si va incontro ad un altro grave problema, spesso taciuto dai media, ossia l’enorme consumo di cereali per nutrire i bovini. Già agli inizi degli anni ’90 il 70% dei cereali prodotti negli Stati Uniti veniva utilizzato per l’alimentazione animale. L’emerito entomologo Damid Pimentel nel libro Food, Energy and Society scrive <<Le proteine somministrate ai manzi e agli altri animali consistono per circa il 42% di foraggio e per il resto di cereali. I bovini hanno un’efficienza di conversione delle proteine alimentari solo del 6%. Ciò significa che un animale produce meno di 50 kg di proteine consumando più di 790 kg di proteine vegetali.>>

Tutto ciò mantiene alto il prezzo dei cereali, penalizzando i paesi poveri e contribuendo in maniera rilevante al problema della fame nel mondo.

Esiste un altro tipo di allevamento, l’allevamento biologico, E seppur i suoi prodotti avranno un costo maggiore c’è alla base un atteggiamento di rispetto nei confronti degli animali, della natura e dell’uomo, che non si può ignorare.

L’allevamento biologico è un allevamento prima di tutto all’aperto; un animale, ma nessuno, compreso l’uomo, potrebbe vivere in una gabbia con altri cento esemplari dello stesso tipo. Vi è quindi uno spazio per gli animali di sole ed ombra, cibo biologico, e non vengono utilizzati ormoni; gli “svantaggi” sono una produzione incostante di uova ad esempio, e una “sporcizia” maggiore su di esse.

Ma venendo anche noi dalla terra non dovrebbe particolarmente allarmarci trovare della terra su un frutto o una verdura proveniente dalla stessa, o delle feci di gallina su un uovo, ma dovremmo allarmarci molto di più nel comprare mele lucidate come soprammobili e mangiando uova che hanno un colorito piuttosto spento una volta aperte.

Per sopperire alla “mancanza di pulizia”, semplicemente occorrerà lavare i prodotti più accuratamente, magari per essere scrupolosi con un dose di bicarbonato.

Attività frenetiche e uno stile di vita completamente innaturale non consentono se non per chi lo ricerca, momenti di quiete e il tempo anche solo per lavare una verdura più accuratamente, o trovare il modo per comperare questi prodotti da un contadino piuttosto che al supermercato.

Ci stiamo allontanando sempre di più dalla natura, ci stiamo allontanando sempre di più da noi stessi.

Dalla nostra natura animale. Si deve tornare ad un equilibrio tra le scoperte scientifiche che sono state fatte nel tempo e da dove sono partite le nostre origini, dalla terra.
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